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Transizione digitale e trasformazioni socio-economiche: a Firenze il secondo seminario del ciclo IRPET – 17 marzo 2026

Prosegue il ciclo di seminari “Transizioni in corso: demografia, digitale ed ecologia tra sfide e opportunità”, promosso da IRPET, con un secondo appuntamento dedicato all’analisi delle implicazioni economiche e sociali della transizione digitale in Toscana. L’incontro si terrà il 17 aprile 2026, a partire dalle ore 9:20, presso la Sala Esposizioni di Palazzo Strozzi Sacrati a Firenze. L’iniziativa si inserisce in un percorso di approfondimento che mira a mettere in relazione tre grandi dinamiche di cambiamento – demografica, digitale ed ecologica – evidenziandone le interconnessioni e gli effetti sui sistemi territoriali. In questo quadro, il focus sulla transizione digitale rappresenta un passaggio cruciale per comprendere come l’innovazione tecnologica stia ridefinendo strutture economiche, modelli organizzativi e comportamenti sociali. Il seminario intende offrire uno spazio di confronto tra il mondo della ricerca, le istituzioni e i decisori pubblici, a partire dalle analisi sviluppate da IRPET. Al centro del dibattito vi saranno le trasformazioni del sistema produttivo regionale, sempre più orientato verso processi digitalizzati, e le conseguenze sul mercato del lavoro, in termini di competenze richieste, nuovi profili professionali e possibili rischi di polarizzazione occupazionale. Particolare attenzione sarà dedicata anche alla pubblica amministrazione, chiamata a un’evoluzione che non riguarda soltanto l’adozione di tecnologie, ma anche la revisione dei processi e dei modelli di servizio, con l’obiettivo di migliorare l’efficienza e l’accessibilità. Parallelamente, la digitalizzazione incide sui comportamenti di consumo, contribuendo alla diffusione di nuovi modelli di relazione tra cittadini, imprese e servizi. L’approccio adottato nel ciclo “Transizioni in corso” sottolinea la necessità di interpretare la trasformazione digitale non come un fenomeno isolato, ma come parte di un cambiamento sistemico che coinvolge l’intero assetto socio-economico. In questo senso, la dimensione territoriale assume un ruolo centrale: le opportunità e i rischi della digitalizzazione si distribuiscono infatti in modo differenziato, rendendo necessarie politiche mirate e contestualizzate. Il seminario rappresenta quindi un’occasione per discutere non solo gli effetti della transizione digitale, ma anche le strategie più efficaci per governarla, valorizzando le potenzialità dell’innovazione e mitigandone gli impatti critici. Tra questi, emergono temi quali il divario digitale, l’accesso alle competenze e la capacità delle imprese e delle istituzioni di adattarsi a un contesto in rapida evoluzione. Leggi il programma   

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“Just Evolve”: linguaggio, rappresentazioni e inclusione al centro della Giornata Mondiale sulla Sindrome di Down

In occasione della Giornata Mondiale sulla Sindrome di Down del 21 marzo 2026, la campagna internazionale “Just Evolve”, promossa da CoorDown e sostenuta da Fondazione Cariplo, pone al centro del dibattito pubblico il ruolo del linguaggio nella costruzione dell’inclusione. L’iniziativa parte da un presupposto chiaro: l’uso di termini legati alla disabilità come insulto, metafora denigratoria o espediente comico non è un fenomeno neutro né marginale. Si tratta, al contrario, di una pratica che contribuisce a rafforzare un immaginario abilista, alimentando stereotipi e semplificazioni che hanno effetti concreti sulla vita delle persone con disabilità. La riduzione della disabilità a etichetta o scorciatoia narrativa limita infatti le possibilità di partecipazione sociale e legittima forme più o meno esplicite di discriminazione. “Just Evolve” invita quindi a un cambiamento culturale che parta dal linguaggio, inteso non come elemento superficiale ma come dispositivo che orienta percezioni, relazioni e comportamenti. In questa prospettiva, scegliere parole più accurate e rispettose rappresenta un passaggio necessario per promuovere contesti sociali più equi e inclusivi. La campagna si inserisce all’interno di un impegno più ampio di Fondazione Cariplo, in particolare attraverso il programma “Destinazione Autonomia”, che prevede un investimento di 20 milioni di euro per sostenere la realizzazione di 1.000 progetti di vita per persone con disabilità. Gli interventi riguardano ambiti chiave quali abitare, lavoro, accesso alla cultura e tecnologie per l’autonomia. Dal 2003, la Fondazione ha già supportato oltre 160 progetti legati all’abitare e 35 iniziative di inserimento lavorativo, contribuendo a tradurre i principi di inclusione in opportunità concrete. Accanto alle azioni strutturali, la campagna punta anche su strumenti di sensibilizzazione e coinvolgimento pubblico. I canali social di CoorDown ospitano testimonianze dirette di persone con disabilità e delle loro famiglie, mentre un agente di intelligenza artificiale sviluppato con FAIRFLAI guida utenti e organizzazioni nell’individuazione di comportamenti e pratiche inclusive a partire dall’uso del linguaggio. Particolare attenzione è rivolta al coinvolgimento di attori chiave – media, aziende, scuole, istituzioni – chiamati a contribuire attivamente al cambiamento culturale. Tra le azioni promosse, anche il sostegno a iniziative di advocacy, come la proposta di revisione di termini obsoleti presenti nel linguaggio istituzionale. Il contesto attuale rende questa riflessione particolarmente rilevante. Nonostante anni di campagne di sensibilizzazione, si registra una rinnovata diffusione di espressioni offensive legate alla disabilità, anche in ambiti pubblici e mediatici ad alta visibilità. Questo fenomeno contribuisce a normalizzare l’uso di tali termini nella vita quotidiana, dal contesto scolastico a quello lavorativo. In questo scenario, “Just Evolve” si configura non solo come una campagna di comunicazione, ma come una chiamata all’azione collettiva. Il messaggio è esplicito: il cambiamento del linguaggio rappresenta il primo passo di un processo più ampio, che deve tradursi in politiche, servizi e pratiche capaci di garantire piena cittadinanza e pari opportunità alle persone con disabilità.

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Data Summit: la sfida della governance dei dati sanitari per l’Italia

Nel corso del Data Summit, il tema della governance dei dati sanitari e del loro utilizzo secondario è emerso come una delle priorità strategiche per il futuro dei sistemi sanitari europei. La capacità di raccogliere, integrare e valorizzare i dati rappresenta infatti una leva decisiva per sostenere ricerca, innovazione e qualità delle cure, oltre che per migliorare la programmazione delle politiche pubbliche. In questo contesto si inserisce l’analisi di Giulia Toniutti, pubblicata su INNLIFES il 25 marzo 2026, che offre una lettura comparata del posizionamento italiano rispetto ad alcuni modelli europei già più strutturati, in particolare Finlandia e Belgio. Il nodo italiano: frammentazione e governance L’articolo evidenzia come l’Italia si trovi oggi in una fase di transizione. Negli ultimi anni sono stati avviati strumenti rilevanti, come il Fascicolo Sanitario Elettronico e l’Ecosistema dei Dati Sanitari, con il coordinamento di Agenas, ma il sistema resta caratterizzato da una forte frammentazione, legata sia all’organizzazione regionale della sanità sia alla disomogeneità dei sistemi informativi. Il punto critico non riguarda soltanto la disponibilità tecnologica, ma soprattutto la definizione di un modello di governance chiaro, capace di regolare in modo efficace l’accesso e l’uso dei dati per finalità secondarie. Senza un quadro condiviso di regole, processi e responsabilità, il rischio è che il potenziale informativo rimanga sottoutilizzato. Il confronto europeo: modelli già operativi Il confronto con altri Paesi europei evidenzia possibili traiettorie di sviluppo. La Finlandia rappresenta uno dei casi più avanzati, grazie a un sistema centralizzato per l’accesso ai dati sanitari e sociali che consente utilizzi secondari in modo regolato, sicuro e trasparente. Il modello finlandese si distingue per l’efficienza dei processi autorizzativi e per l’elevato livello di integrazione dei dati. Il Belgio, pur partendo da una situazione inizialmente frammentata, ha intrapreso un percorso di progressiva centralizzazione attraverso la creazione di un’agenzia nazionale dedicata, con l’obiettivo di facilitare l’accesso ai dati e migliorare la coerenza del sistema. Questi esempi mettono in luce un elemento comune: la presenza di un soggetto istituzionale chiaramente identificato, responsabile della gestione e della regolazione dell’uso dei dati. Oltre la tecnologia: qualità, competenze e fiducia Un aspetto rilevante, sottolineato anche nel dibattito emerso al Data Summit, riguarda il fatto che la sfida non è esclusivamente tecnologica. La disponibilità di infrastrutture digitali, pur necessaria, non è sufficiente se non accompagnata da: qualità e standardizzazione del dato, fondamentali per garantire analisi affidabili; competenze professionali, sia tecniche sia organizzative, per gestire processi complessi; processi autorizzativi chiari e trasparenti, in grado di facilitare l’accesso senza compromettere la sicurezza; fiducia dei cittadini, elemento imprescindibile per l’accettabilità sociale dell’uso secondario dei dati. Sotto questo profilo, il caso italiano evidenzia una criticità strutturale: la difficoltà di coniugare autonomia regionale e costruzione di un’infrastruttura nazionale realmente interoperabile. La cornice europea: lo European Health Data Space Il percorso di riforma si colloca all’interno dello European Health Data Space (EHDS), che definisce un quadro normativo comune per l’accesso e la condivisione dei dati sanitari in Europa. L’obiettivo è creare un ecosistema in cui i dati possano essere utilizzati in modo sicuro e regolato per finalità di ricerca, innovazione e policymaking. Per l’Italia, l’allineamento all’EHDS rappresenta al tempo stesso un’opportunità e una pressione: da un lato, consente di inserirsi in una rete europea di conoscenza; dall’altro, richiede un’accelerazione nei processi di standardizzazione e governance. Una sfida sistemica L’analisi proposta da Toniutti, in linea con quanto emerso al Data Summit, suggerisce che la costruzione di un modello efficace di governance dei dati sanitari non può essere affrontata come un intervento settoriale. Si tratta di una trasformazione sistemica che coinvolge istituzioni, infrastrutture, competenze e cultura organizzativa. Una lettura più critica impone però di non sottovalutare alcune complessità. La centralizzazione, spesso indicata come soluzione, comporta anche rischi: rigidità burocratiche, rallentamento dei processi decisionali e potenziali criticità nella gestione della privacy. Allo stesso tempo, la qualità del dato resta una variabile decisiva: senza dati completi, accurati e interoperabili, anche il miglior modello di governance rischia di risultare inefficace.   Il confronto tra Italia, Finlandia e Belgio mostra che non esiste un unico modello, ma alcune condizioni abilitanti appaiono imprescindibili: chiarezza istituzionale, qualità del dato, efficienza dei processi e fiducia. Per l’Italia, la sfida è duplice: superare la frammentazione senza comprimere le specificità territoriali e costruire una governance capace di rendere i dati sanitari una risorsa pubblica realmente utile. Non si tratta solo di adottare nuove tecnologie, ma di ridefinire il modo in cui il sistema sanitario produce, condivide e utilizza conoscenza. Leggi l’articolo completo qui

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Tecnologie digitali e invecchiamento attivo: tre revisioni Age-It analizzano evidenze e limiti

 Tre revisioni sistematiche sviluppate nell’ambito del programma Age-It offrono una lettura integrata del ruolo delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione (ICT) nella promozione della salute degli anziani. I lavori si concentrano su tre ambiti strategici – attività fisica, vaccinazioni e qualità del sonno – restituendo un quadro complessivo promettente ma ancora caratterizzato da limiti metodologici e risultati non sempre coerenti. Attività fisica: tecnologie digitali come leva motivazionale, ma evidenze eterogenee Di Pumpo Physical activity interventions La prima revisione analizza gli interventi ICT rivolti agli over 60 che vivono a domicilio, con l’obiettivo di aumentare i livelli di attività fisica. Gli strumenti utilizzati includono applicazioni mobili, dispositivi indossabili, sistemi di monitoraggio remoto e messaggi motivazionali personalizzati. I risultati indicano che queste soluzioni possono favorire l’adozione e il mantenimento di comportamenti attivi, soprattutto quando integrano strategie di cambiamento comportamentale come il goal setting, il self-monitoring e i reminder. Tuttavia, l’efficacia varia significativamente tra gli studi analizzati, sia per differenze nei disegni metodologici sia per la diversità degli interventi. Un elemento critico riguarda proprio la qualità delle evidenze: molti studi presentano campioni ridotti, assenza di gruppi di controllo o durate limitate. Ne emerge quindi un’indicazione positiva, ma non ancora sufficiente per definire standard di intervento consolidati. Vaccinazioni: ICT efficaci per aumentare l’adesione, ma con impatti variabili ICT vaccines Il secondo studio esamina l’utilizzo delle tecnologie digitali per migliorare la copertura vaccinale nella popolazione anziana, un tema centrale per la prevenzione e la sostenibilità dei sistemi sanitari. Gli interventi includono SMS, telefonate automatizzate, email, notifiche tramite cartelle cliniche elettroniche e sistemi di recall digitali. Le evidenze suggeriscono che queste strategie possono aumentare l’adesione alle vaccinazioni raccomandate – tra cui influenza, pneumococco, herpes zoster e COVID-19 – soprattutto quando i messaggi sono personalizzati e inseriti in percorsi di cura già strutturati. Tuttavia, anche in questo caso i risultati non sono uniformi: l’efficacia dipende dal contesto sanitario, dal tipo di tecnologia utilizzata e dal livello di integrazione con i servizi esistenti. Inoltre, fattori come alfabetizzazione digitale, fiducia nelle istituzioni e accessibilità degli strumenti incidono in modo rilevante sugli esiti. Qualità del sonno: miglioramenti percepiti, ma prove ancora limitate Grotto_Martinello_Buja paper insomnia mHealth La terza revisione si concentra sulle tecnologie mHealth per il miglioramento del sonno negli anziani, un ambito strettamente connesso alla qualità della vita e alla prevenzione di patologie croniche. Gli interventi analizzati includono applicazioni per la gestione del sonno, programmi di self-care e versioni digitali della terapia cognitivo-comportamentale per l’insonnia (CBT-I). Tutti gli studi inclusi riportano un miglioramento della qualità del sonno percepita, misurata attraverso strumenti standardizzati come il Pittsburgh Sleep Quality Index. Tuttavia, le evidenze oggettive – basate su actigrafia o altri strumenti di monitoraggio – risultano più contrastanti e non sempre confermano i miglioramenti riportati dai partecipanti. Anche in questo caso, il numero limitato di studi e la loro eterogeneità riducono la possibilità di trarre conclusioni definitive, pur indicando un potenziale significativo delle soluzioni digitali in ambito preventivo e comportamentale. Una lettura trasversale: potenziale alto, evidenza ancora fragile Considerati nel loro insieme, i tre studi convergono su alcuni elementi chiave. Le tecnologie digitali rappresentano strumenti promettenti per: ampliare l’accesso agli interventi di prevenzione supportare il cambiamento comportamentale ridurre i costi e le barriere logistiche dei servizi sanitari Allo stesso tempo, emergono criticità ricorrenti: limitata robustezza metodologica degli studi forte dipendenza da misure soggettive eterogeneità degli interventi e dei contesti necessità di adattamento alle competenze e ai bisogni della popolazione anziana In particolare, un nodo centrale riguarda la distanza tra miglioramenti percepiti e risultati oggettivi, che suggerisce come molte tecnologie agiscano più sul piano motivazionale e comportamentale che su quello clinico diretto. Prospettive per la ricerca e le politiche Le tre revisioni evidenziano la necessità di rafforzare la qualità delle evidenze attraverso studi più robusti, in particolare randomized controlled trials, e di sviluppare interventi maggiormente personalizzati e integrati nei sistemi sanitari. Per il programma Age-It, questi risultati confermano il ruolo strategico delle ICT come leve per l’invecchiamento attivo, ma indicano anche l’importanza di un approccio critico e basato su evidenze solide, in grado di distinguere tra efficacia percepita e impatto reale sulla salute. In questo senso, la sfida non è solo tecnologica, ma riguarda la capacità di progettare interventi che siano al tempo stesso accessibili, adattivi e scientificamente validati.

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La medusa “immortale”: il caso di Turritopsis dohrnii e le nuove frontiere della ricerca sull’invecchiamento

Un curioso approfondimento pubblicato da La Stampa riporta l’attenzione su Turritopsis dohrnii, una specie di medusa nota per la sua straordinaria capacità biologica: invertire il proprio ciclo vitale e tornare allo stadio giovanile dopo aver raggiunto la maturità. Negli ultimi anni, il dibattito scientifico sull’invecchiamento ha progressivamente ampliato il proprio orizzonte, includendo organismi capaci di sfidare i modelli biologici tradizionali. Tra questi, Turritopsis dohrnii – comunemente definita “medusa immortale” – rappresenta uno dei casi più studiati e al tempo stesso più controversi. La recente attenzione mediatica e scientifica su questa specie riporta al centro una domanda cruciale: fino a che punto i meccanismi biologici della rigenerazione possono contribuire alla comprensione dell’invecchiamento umano? Un ciclo vitale fuori dagli schemi A differenza della maggior parte degli organismi pluricellulari, Turritopsis dohrnii possiede la capacità di invertire il proprio ciclo vitale. In condizioni di stress o danno, l’organismo adulto è in grado di regredire allo stadio di polipo, riattivando un processo di sviluppo che, in teoria, può ripetersi indefinitamente. Questo fenomeno, noto come transdifferenziazione, comporta la trasformazione diretta di cellule specializzate in altre tipologie cellulari, senza passare attraverso uno stato staminale. Da un punto di vista biologico, si tratta di un meccanismo straordinario, che rompe la linearità del ciclo nascita–sviluppo–invecchiamento–morte tipica della maggior parte delle specie animali. Tuttavia, è proprio qui che emerge una prima criticità interpretativa: l’idea di “immortalità” è, in realtà, una semplificazione mediatica. La medusa non è immune a malattie, predazione o cambiamenti ambientali; la sua “immortalità” è potenziale, non assoluta. Le implicazioni per la ricerca sull’invecchiamento L’interesse scientifico verso Turritopsis dohrnii si inserisce nel più ampio campo della biologia dell’invecchiamento, che mira a comprendere i processi cellulari e molecolari alla base della senescenza. In particolare, lo studio di questa specie offre spunti rilevanti in tre ambiti: Plasticità cellulare: la capacità di riconversione delle cellule potrebbe fornire indicazioni utili per la medicina rigenerativa; Stabilità genomica: comprendere come l’organismo mantenga l’integrità del DNA durante cicli ripetuti di “ringiovanimento”; Resilienza biologica: analizzare i meccanismi che consentono di rispondere a condizioni di stress senza degenerazione irreversibile. Tuttavia, è necessario mantenere un approccio rigoroso. Un errore frequente – alimentato anche dalla comunicazione divulgativa – consiste nel suggerire una possibile traslazione diretta di questi meccanismi all’uomo. Le differenze tra organismi semplici come le meduse e sistemi biologici complessi come quello umano sono profonde, sia a livello strutturale sia evolutivo. Limiti e rischi di interpretazione Un’analisi critica impone di interrogarsi su alcune assunzioni implicite. In primo luogo, si tende a considerare l’invecchiamento come un processo “correggibile”, quasi fosse una patologia da eliminare. Questa visione trascura il fatto che la senescenza è il risultato di equilibri evolutivi complessi, legati alla riproduzione, alla selezione naturale e alla stabilità degli organismi. In secondo luogo, il concetto stesso di “immortalità biologica” rischia di essere fuorviante. Anche nel caso di Turritopsis dohrnii, la capacità di rigenerazione non elimina i limiti ecologici e ambientali che determinano la sopravvivenza di una specie. L’organismo può teoricamente evitare l’invecchiamento, ma non la morte. Infine, esiste un rischio di bias tecnologico: l’idea che ogni scoperta biologica debba necessariamente tradursi in applicazioni biomedicali. In realtà, molti risultati della ricerca di base hanno valore conoscitivo senza implicare un’immediata applicabilità. Prospettive alternative Piuttosto che inseguire l’idea di una “immortalità umana”, lo studio di Turritopsis dohrnii può essere più utilmente interpretato come un’opportunità per ripensare il concetto stesso di invecchiamento. Alcune prospettive emergenti includono: una visione dell’invecchiamento come processo modulabile, più che eliminabile; l’integrazione tra biologia, medicina e scienze sociali per comprendere le implicazioni della longevità; lo sviluppo di interventi mirati a migliorare la qualità della vita nelle età avanzate, piuttosto che estendere indefinitamente la durata della vita. Tra fascinazione e rigore scientifico Il caso della “medusa immortale” evidenzia una tensione tipica della comunicazione scientifica contemporanea: da un lato, la necessità di rendere accessibili e coinvolgenti temi complessi; dall’altro, il rischio di semplificazioni eccessive. Se da un lato Turritopsis dohrnii rappresenta un modello biologico di straordinario interesse, dall’altro è essenziale evitare letture deterministiche o promesse implicite di applicazioni future non supportate da evidenze. In definitiva, il valore di questa linea di ricerca risiede meno nella possibilità di replicare l’“immortalità” e più nella capacità di ampliare la comprensione dei processi vitali. Un contributo che, se integrato con approcci interdisciplinari, può offrire nuove chiavi di lettura per affrontare una delle principali sfide del nostro tempo: vivere più a lungo, ma soprattutto vivere meglio.

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Oltre l’età: a Napoli un confronto interdisciplinare sulle trasformazioni dell’invecchiamento

Il 25 marzo 2026, dalle ore 11:00 alle 13:00, l’Università degli Studi Suor Orsola Benincasa di Napoli ospiterà la presentazione del numero 19/2025 della rivista Cartografie Sociali, dedicato al tema “Oltre l’età? Metamorfosi ed effetti sociali dell’invecchiamento” . L’iniziativa si inserisce nel quadro delle attività scientifiche orientate all’analisi delle dinamiche demografiche e delle loro implicazioni nei sistemi sociali contemporanei. L’evento rappresenta un’occasione di riflessione strutturata su un fenomeno – l’invecchiamento della popolazione – che non può più essere interpretato esclusivamente in chiave demografica o sanitaria. Il volume propone infatti una lettura articolata delle trasformazioni in atto, mettendo al centro le interazioni tra dimensione individuale e assetti collettivi: dal mercato del lavoro ai sistemi di welfare, dalle reti di cura alle forme di partecipazione sociale. Ad aprire i lavori saranno i saluti istituzionali di Stefania Ferraro, seguiti dall’introduzione di Anna D’Ascenzio, tra le curatrici del numero. La discussione sarà affidata a Mattia Vitiello, dell’Istituto di Ricerche sulla Popolazione e le Politiche Sociali del CNR, a conferma del ruolo delle istituzioni di ricerca pubblica nell’interpretazione dei cambiamenti sociali legati alla longevità. Il programma prevede inoltre gli interventi di Greta Falavigna (CNR), Luisa Errichiello (CNR), Giorgia Panico (Università del Salento), Claudia Sabella (Università Magna Graecia di Catanzaro) e Fabrizio Greco (Università Suor Orsola Benincasa). I contributi riflettono un approccio interdisciplinare che integra prospettive sociologiche, economiche e politiche, evidenziando la complessità delle trasformazioni in corso. Tra i temi che emergono con maggiore forza vi sono la ridefinizione dei confini tra età attiva e non attiva, l’evoluzione delle reti di supporto informale, il ruolo crescente del caregiving e le implicazioni dell’invecchiamento per la sostenibilità dei sistemi di protezione sociale. In questo quadro, l’invecchiamento non è presentato come una criticità isolata, ma come una trasformazione strutturale che attraversa l’intero tessuto sociale. Un elemento rilevante riguarda anche il linguaggio e l’impostazione concettuale del volume, che invita a superare una visione lineare dell’età per adottare una prospettiva più dinamica e processuale. Tuttavia, questa impostazione – pur teoricamente solida – solleva una questione non secondaria: quanto tali categorie analitiche riescano a tradursi in strumenti operativi per le politiche pubbliche. Il rischio, infatti, è che l’innovazione concettuale resti confinata al dibattito accademico senza produrre effetti concreti sui modelli di intervento. In questo senso, la sfida che emerge dall’iniziativa è duplice: da un lato, consolidare una base di conoscenza interdisciplinare capace di interpretare le trasformazioni della longevità; dall’altro, rafforzare il collegamento tra ricerca e policy, affinché le evidenze prodotte possano orientare decisioni informate e sostenibili. L’incontro di Napoli si configura quindi non solo come momento di presentazione editoriale, ma come spazio di confronto tra studiosi e istituzioni su uno dei nodi centrali delle società contemporanee. Un confronto che, per essere realmente incisivo, dovrà misurarsi con la capacità di integrare analisi teorica, dati empirici e applicazioni concrete, contribuendo alla definizione di nuove traiettorie per affrontare l’invecchiamento in modo inclusivo e sostenibile.    

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Istruzione, reddito e stili di vita: i determinanti della salute nella popolazione anziana

Comprendere i determinanti della salute nelle età avanzate rappresenta una delle sfide centrali per le politiche pubbliche in una società che invecchia. In questo contesto si inserisce un recente studio pubblicato su Frontiers in Public Health, firmato da Marco Alberio, Alice Lomonaco, Paolo Pasetti, Susi Anny Veloso Resende e Loris Vergolini, che analizza il ruolo dell’istruzione e del contesto socioeconomico nella salute percepita della popolazione italiana over 55. Lo studio, basato su dati ISTAT raccolti tra il 2013 e il 2019, offre un contributo rilevante alla comprensione delle disuguaglianze di salute, evidenziando come fattori sociali e comportamentali si combinino nel determinare il benessere nelle età avanzate. Il gradiente educativo della salute Uno dei risultati principali riguarda il cosiddetto “gradiente educativo”: livelli più elevati di istruzione si associano a una maggiore probabilità di dichiarare una buona salute. Questo dato, già noto nella letteratura internazionale, viene qui approfondito attraverso l’analisi dei meccanismi che ne spiegano il funzionamento. Gli autori mostrano che l’effetto dell’istruzione non è solo diretto, ma si realizza anche attraverso due canali principali: le condizioni economiche, con livelli di istruzione più elevati associati a minori difficoltà materiali; gli stili di vita, in particolare la maggiore diffusione dell’attività fisica. Nel complesso, questi fattori spiegano circa un quarto dell’effetto totale dell’istruzione sulla salute percepita, evidenziando la natura multidimensionale delle disuguaglianze. Differenze lungo il corso della vita L’analisi mette in luce anche importanti differenze tra gruppi di età. Tra i 55 e i 64 anni, la dimensione economica gioca un ruolo più rilevante nel mediare il rapporto tra istruzione e salute. Nelle età più avanzate, invece, cresce il peso degli stili di vita, in particolare dell’attività fisica. Questi risultati suggeriscono che la popolazione anziana non può essere considerata come un gruppo omogeneo, ma richiede politiche differenziate, capaci di rispondere a bisogni che cambiano nel corso della vita. Il ruolo del contesto territoriale Lo studio evidenzia inoltre differenze significative tra aree geografiche. Nel Nord Italia, il legame tra istruzione e salute risulta maggiormente mediato dalle condizioni economiche, mentre nel Centro-Sud assume un peso relativamente maggiore la componente legata agli stili di vita. Queste differenze riflettono disuguaglianze territoriali più ampie, legate alla disponibilità di risorse, servizi e opportunità, e sottolineano l’importanza di considerare il contesto locale nella progettazione delle politiche per l’invecchiamento. Stili di vita e fattori comportamentali Tra i comportamenti analizzati, l’attività fisica emerge come il fattore più rilevante, mentre il contributo di fumo e consumo di alcol appare più limitato nel spiegare le differenze di salute percepita. Questo risultato rafforza l’idea che interventi mirati alla promozione dell’attività fisica possano avere un impatto significativo sul benessere nelle età avanzate, soprattutto se integrati con politiche volte a ridurre le barriere economiche e ambientali. Implicazioni per le politiche pubbliche Le evidenze emerse dallo studio suggeriscono la necessità di un approccio integrato alle politiche per l’invecchiamento. In particolare, emerge che: le disuguaglianze di salute non possono essere affrontate solo attraverso interventi sui comportamenti individuali; è necessario agire anche sulle condizioni socioeconomiche che influenzano tali comportamenti; le politiche devono essere differenziate per età e contesto territoriale. In questa prospettiva, l’istruzione si configura non solo come un fattore individuale, ma come una leva strutturale capace di incidere sulle traiettorie di salute lungo tutto il corso della vita. Limiti e prospettive Pur offrendo risultati solidi, lo studio si basa su dati trasversali e su indicatori di salute percepita, elementi che richiedono cautela nell’interpretazione dei nessi causali. Tuttavia, l’analisi fornisce indicazioni utili per orientare future ricerche e politiche, evidenziando la necessità di considerare congiuntamente dimensioni educative, economiche e comportamentali. Conclusioni Il lavoro contribuisce a rafforzare una lettura ormai consolidata: la salute nelle età avanzate non è il risultato di fattori esclusivamente biologici, ma il prodotto di traiettorie sociali, economiche e comportamentali che si sviluppano lungo tutto il corso della vita. Leggi l’articolo integrale qui

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Tecnologie assistive per anziani: non basta l’innovazione, serve un ecosistema pronto

Un approfondimento pubblicato su INNLIFES e firmato da Giulia Basso analizza il ruolo delle tecnologie assistive nel supporto all’invecchiamento attivo, evidenziando come il principale ostacolo alla loro diffusione non sia tecnologico, ma sistemico. L’articolo, che valorizza anche i contributi della ricerca AGE-IT, riporta le riflessioni di Tiziana Ferrante e Filippo Cavallo, sottolineando come strumenti quali robot di telepresenza, sensori ambientali e dispositivi wearable siano già disponibili o in fase avanzata di sviluppo, ma difficilmente scalabili in assenza di contesti adeguati. Tecnologie disponibili, ma poco integrate Secondo quanto riportato nell’approfondimento, strumenti quali robot di telepresenza, sensori ambientali e dispositivi indossabili per il monitoraggio della salute sono già oggi disponibili o in fase avanzata di sviluppo. Queste tecnologie consentono, almeno in teoria, di supportare l’autonomia delle persone anziane, migliorare la gestione delle patologie croniche e rafforzare la prevenzione. Tuttavia, il loro utilizzo resta spesso confinato a contesti sperimentali o a iniziative isolate. Il nodo principale riguarda la capacità dei sistemi sanitari e sociosanitari di assorbirle in modo strutturale, superando la logica dei progetti pilota. Come evidenziato nell’articolo, manca ancora una piena integrazione tra innovazione tecnologica, organizzazione dei servizi e modelli di finanziamento, con particolare riferimento ai meccanismi di rimborso per il telemonitoraggio e l’assistenza domiciliare. Il ruolo dell’ambiente domestico Un elemento centrale dell’analisi riguarda l’ambiente domestico, spesso trascurato nel dibattito sull’innovazione. Molte abitazioni non sono progettate per accogliere tecnologie assistive: spazi ridotti, infrastrutture elettriche non adeguate, connessioni digitali insufficienti e configurazioni architettoniche non compatibili con dispositivi e sensori limitano fortemente l’efficacia delle soluzioni disponibili. In questo senso, l’articolo richiama le riflessioni di Tiziana Ferrante, che sottolinea la necessità di intervenire in modo preventivo sull’adattamento degli ambienti domestici. L’obiettivo è anticipare le condizioni di fragilità, rendendo le abitazioni progressivamente più adatte a sostenere l’autonomia nelle fasi avanzate della vita. Tra gli strumenti in sviluppo vengono citate linee guida progettuali e software di valutazione capaci di simulare interventi di adeguamento domestico e stimarne costi e benefici, offrendo un supporto concreto a famiglie, professionisti e decisori pubblici. Dalla assistenza alla prevenzione L’articolo amplia inoltre il perimetro della riflessione, evidenziando come le tecnologie assistive possano svolgere un ruolo non solo nell’assistenza, ma anche nella prevenzione e nella diagnosi precoce. In questa prospettiva si inseriscono i contributi di Filippo Cavallo, che evidenzia il potenziale della sensoristica e degli ambienti intelligenti per intercettare segnali precoci di declino funzionale e cognitivo. L’integrazione tra robotica, intelligenza ambientale e analisi dei dati apre infatti nuove possibilità per monitorare in modo continuo parametri rilevanti per la salute e il benessere. Questo approccio consente di superare una visione reattiva della cura, orientata alla gestione della non autosufficienza, per muoversi verso modelli più proattivi e centrati sulla prevenzione. Le criticità sistemiche Nonostante il potenziale, l’articolo evidenzia alcune criticità strutturali che ne limitano l’adozione: assenza di modelli organizzativi integrati, capaci di collegare sanità, servizi sociali e tecnologie; debolezza dei meccanismi di finanziamento e rimborso, che non incentivano l’adozione di soluzioni innovative; inadeguatezza delle infrastrutture abitative, non progettate per supportare la cura a domicilio; rischio di accesso diseguale, con tecnologie disponibili principalmente per chi può permettersele. Questi elementi suggeriscono che la diffusione delle tecnologie assistive non possa essere affrontata esclusivamente sul piano dell’innovazione tecnica, ma richieda interventi coordinati a livello di politiche pubbliche, pianificazione urbana e organizzazione dei servizi. Implicazioni per le politiche dell’invecchiamento Le evidenze richiamate nell’articolo si inseriscono in un quadro più ampio, in cui l’invecchiamento demografico impone una revisione dei modelli di assistenza e delle infrastrutture sociali. In questo contesto, le tecnologie assistive possono rappresentare una risorsa strategica, a condizione che vengano integrate in sistemi capaci di garantirne accessibilità, sostenibilità ed efficacia. Ciò implica: investimenti nella riqualificazione degli ambienti domestici; sviluppo di modelli di assistenza domiciliare tecnologicamente integrata; definizione di politiche di rimborso adeguate; promozione di approcci preventivi lungo tutto il corso della vita. Oltre la tecnologia Il contributo analizzato propone, in definitiva, una lettura che supera una visione puramente tecnologica dell’innovazione. La sfida non è tanto sviluppare nuovi dispositivi, quanto costruire le condizioni affinché quelli esistenti possano essere utilizzati in modo efficace e diffuso. Leggi l’articolo integrale qui

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A new social contract for higher education: ripensare il ruolo dell’istruzione superiore in una società che invecchia

Il progressivo aumento della longevità e la rapida trasformazione dei contesti economici e tecnologici stanno mettendo sotto pressione i modelli tradizionali di istruzione superiore. In questo scenario si inserisce il recente contributo pubblicato da Elsevier, firmato da Lily Kong, che propone una riflessione sul cosiddetto “nuovo contratto sociale” tra università e società. Un modello in crisi Per lungo tempo, il ruolo delle università si è fondato su uno schema relativamente stabile: formazione concentrata nella prima fase della vita (18–22 anni), seguita da una carriera lavorativa lineare e da un progressivo ritiro dal mercato del lavoro. Un modello coerente con quella che la letteratura definisce “vita in tre fasi”: educazione, lavoro, pensione. Tale assetto risulta oggi sempre meno adeguato. L’allungamento dell’aspettativa di vita, la crescente discontinuità delle carriere e la rapida obsolescenza delle competenze stanno ridefinendo tempi e modalità dell’apprendimento. Le conoscenze acquisite in età giovanile non sono più sufficienti a sostenere percorsi professionali che possono estendersi fino ai settanta o ottant’anni. In questo contesto, la questione non riguarda soltanto l’accesso all’istruzione, ma la sua capacità di adattarsi a traiettorie biografiche più lunghe e frammentate. Verso un apprendimento lungo tutto l’arco della vita Secondo Kong, le università sono chiamate a trasformarsi da istituzioni “front-loaded” – concentrate su una fase iniziale della vita – a infrastrutture permanenti di apprendimento. Questo implica un cambiamento su più livelli: Organizzativo, con l’introduzione di percorsi modulari, flessibili e cumulabili nel tempo; Pedagogico, attraverso il passaggio da modelli centrati sull’insegnamento a modelli orientati all’apprendimento degli adulti (andragogia); Funzionale, con un ampliamento dei servizi offerti, includendo supporto continuo alle transizioni professionali. Alcune esperienze pilota, come i programmi di formazione continua e i servizi di career support estesi agli alumni, indicano una possibile evoluzione verso un rapporto più duraturo tra individuo e istituzione educativa. Competenze, transizioni e nuove esigenze sociali Il cambiamento in atto riguarda anche la natura delle competenze richieste. Accanto alle competenze tecnico-specialistiche, assume crescente rilevanza un insieme di capacità trasversali, tra cui: competenze relazionali e collaborative; capacità di adattamento e apprendimento continuo; consapevolezza di sé e gestione delle transizioni. Queste dimensioni risultano particolarmente rilevanti in una società che invecchia, dove le traiettorie individuali sono caratterizzate da molteplici passaggi tra ruoli, settori e condizioni lavorative. Il tema della sostenibilità e della rilevanza Il contributo richiama inoltre l’attenzione su un elemento critico: la crescente pressione sui sistemi universitari in termini di sostenibilità economica e legittimazione sociale. In diversi contesti internazionali, si registrano segnali di riduzione della fiducia pubblica e di messa in discussione del valore dell’istruzione terziaria. In questo quadro, il rafforzamento del ruolo delle università come attori chiave nei processi di apprendimento permanente potrebbe rappresentare una leva per rinnovare il loro contributo alla società. Implicazioni per le politiche dell’invecchiamento Le riflessioni proposte si inseriscono nel più ampio dibattito sulle politiche per l’invecchiamento attivo. L’educazione lungo l’arco della vita emerge come una dimensione strategica per: sostenere l’occupabilità nelle età avanzate; favorire partecipazione sociale e cittadinanza attiva; migliorare il benessere individuale e collettivo. In questa prospettiva, i sistemi di istruzione superiore possono assumere un ruolo rilevante non solo nella formazione iniziale, ma anche come infrastrutture di supporto alle transizioni lungo tutto il corso della vita. Una trasformazione ancora aperta Se da un lato la direzione del cambiamento appare delineata, restano aperte alcune questioni rilevanti, tra cui i modelli di finanziamento, l’integrazione con altri attori dell’ecosistema formativo e la capacità delle istituzioni di adattare strutture e processi consolidati. La sfida, in definitiva, non riguarda soltanto l’evoluzione delle università, ma la definizione di un nuovo equilibrio tra educazione, lavoro e vita in una società caratterizzata da crescente longevità. Leggi l’articolo integrale qui

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Governare l’invecchiamento sano e attivo: 6 Policy briefs con evidenze e indicazioni dallo Spoke 10 di Age-It

L’invecchiamento della popolazione rappresenta una delle principali trasformazioni demografiche in atto, con implicazioni rilevanti per la sostenibilità dei sistemi sanitari e dei bilanci pubblici. Allo stesso tempo, può costituire un’opportunità di innovazione sociale se accompagnato da politiche capaci di promuovere salute, autonomia e partecipazione lungo tutto il corso della vita. In questo contesto si inserisce il volume “Governare l’invecchiamento sano e attivo. Analisi e raccomandazioni dello Spoke 10 del progetto Age-It”, pubblicato nei Quaderni di Epidemiologia & Prevenzione. Il lavoro raccoglie sei policy brief che sintetizzano i risultati delle attività di ricerca dello Spoke 10, con l’obiettivo di supportare il policy making nell’adattamento dei servizi ai bisogni di una popolazione che invecchia. Il volume propone una lettura dell’invecchiamento sano e attivo come fenomeno multidimensionale, che integra componenti fisiche, sociali ed economiche. In questa prospettiva, il benessere in età avanzata non è riducibile alla sola assenza di malattia, ma dipende da una pluralità di fattori che si sviluppano nel corso della vita. I policy brief affrontano diversi ambiti rilevanti per le politiche pubbliche, tra cui: la promozione dell’invecchiamento sano e attivo; la prevenzione personalizzata; la definizione di indicatori di performance per le politiche di prevenzione e promozione della salute; il ruolo delle politiche territoriali e del policy making multilivello; la continuità assistenziale; il rapporto tra spesa sanitaria e spesa sociale. Nel complesso, il volume si configura come uno strumento di supporto per decisori pubblici, ricercatori e operatori, offrendo evidenze e raccomandazioni utili a orientare lo sviluppo di servizi più appropriati e integrati. In continuità con le attività del programma Age-It — che promuove un approccio interdisciplinare e orientato all’impatto, come emerge anche dalle iniziative di ricerca e disseminazione del partenariato — il contributo dello Spoke 10 rafforza il dialogo tra ricerca e politiche pubbliche, in un ambito destinato a incidere sempre più sulle traiettorie di sviluppo sociale ed economico del Paese.

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