Tra giovani e anziani un solco che va dal reddito alla politica
Nel contributo pubblicato su la Repubblica il 22 dicembre 2025, Vincenzo Galasso mette al centro una tesi netta: tra giovani e anziani si è aperto un solco che attraversa condizioni economiche e dinamiche politiche, incrinando l’idea di un Paese naturalmente coeso grazie alla famiglia. Nell’incipit dell’articolo, Galasso richiama proprio questo “mito” dell’Italia come società “familista” e contrappone a tale narrazione le evidenze dell’Indice di Giustizia intergenerazionale: i giovani “se ne vanno” mentre molti anziani “restano spesso soli”.
L’Italia ama descriversi come una società “familista”, dove la solidarietà tra generazioni tiene insieme il Paese. Ma i dati dell’Indice di Giustizia intergenerazionale (sviluppato nell’ambito di Age-It) raccontano una realtà più fragile: molti giovani lasciano l’Italia e molti anziani restano spesso soli.
Sul fronte dei giovani, il fenomeno dell’emigrazione è letto come il segnale più evidente di un blocco delle opportunità. Un mercato del lavoro duale premia soprattutto i lavoratori “insider”, più maturi e con contratti stabili, mentre gli “outsider” — spesso giovani — si muovono tra precarietà, redditi più bassi e difficoltà a costruire autonomia abitativa e professionale. Questo squilibrio, in Italia, risulta tra i più marcati in Europa.
Gli anziani, al contrario, appaiono relativamente più protetti sul piano economico: in Italia il rischio di povertà tra gli over 65 è in alcuni casi inferiore a quello dei giovani, un dato che ribalta l’immagine tradizionale della vulnerabilità legata all’età. Tuttavia, il vantaggio economico non coincide automaticamente con un maggiore benessere.
La frattura continua anche nella dimensione politica: gli anziani partecipano di più al voto, si sentono più rappresentati e incidono maggiormente sulle scelte collettive; i giovani votano meno e contano meno, alimentando un circolo vizioso in cui la politica investe poco su di loro.
Infine emerge un paradosso: pur con maggiore sicurezza economica, molti anziani sperimentano più solitudine, reti sociali più deboli e peggiori indicatori di benessere relazionale e mentale. A questo si sommano criticità nei servizi: proprio in Italia gli anziani riportano più spesso bisogni sanitari non soddisfatti e difficoltà di accesso alle cure, segnalando che la protezione economica non basta se il welfare non si traduce in qualità della vita.
In sintesi, il “familismo” regge sempre meno come ammortizzatore informale: non compensa squilibri strutturali su lavoro, casa, servizi e rappresentanza. Senza un riequilibrio deciso — sostenere occupazione e autonomia dei giovani, rafforzare la partecipazione, contrastare la solitudine e migliorare l’accesso ai servizi — il rischio è un Paese che perde capitale umano e coesione sociale. Ricostruire il patto tra età diventa quindi una condizione concreta per lo sviluppo, non solo un richiamo morale.
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