Data Summit: la sfida della governance dei dati sanitari per l’Italia

Nel corso del Data Summit, il tema della governance dei dati sanitari e del loro utilizzo secondario è emerso come una delle priorità strategiche per il futuro dei sistemi sanitari europei. La capacità di raccogliere, integrare e valorizzare i dati rappresenta infatti una leva decisiva per sostenere ricerca, innovazione e qualità delle cure, oltre che per migliorare la programmazione delle politiche pubbliche.

In questo contesto si inserisce l’analisi di Giulia Toniutti, pubblicata su INNLIFES il 25 marzo 2026, che offre una lettura comparata del posizionamento italiano rispetto ad alcuni modelli europei già più strutturati, in particolare Finlandia e Belgio.

Il nodo italiano: frammentazione e governance

L’articolo evidenzia come l’Italia si trovi oggi in una fase di transizione. Negli ultimi anni sono stati avviati strumenti rilevanti, come il Fascicolo Sanitario Elettronico e l’Ecosistema dei Dati Sanitari, con il coordinamento di Agenas, ma il sistema resta caratterizzato da una forte frammentazione, legata sia all’organizzazione regionale della sanità sia alla disomogeneità dei sistemi informativi.

Il punto critico non riguarda soltanto la disponibilità tecnologica, ma soprattutto la definizione di un modello di governance chiaro, capace di regolare in modo efficace l’accesso e l’uso dei dati per finalità secondarie. Senza un quadro condiviso di regole, processi e responsabilità, il rischio è che il potenziale informativo rimanga sottoutilizzato.

Il confronto europeo: modelli già operativi

Il confronto con altri Paesi europei evidenzia possibili traiettorie di sviluppo. La Finlandia rappresenta uno dei casi più avanzati, grazie a un sistema centralizzato per l’accesso ai dati sanitari e sociali che consente utilizzi secondari in modo regolato, sicuro e trasparente. Il modello finlandese si distingue per l’efficienza dei processi autorizzativi e per l’elevato livello di integrazione dei dati.

Il Belgio, pur partendo da una situazione inizialmente frammentata, ha intrapreso un percorso di progressiva centralizzazione attraverso la creazione di un’agenzia nazionale dedicata, con l’obiettivo di facilitare l’accesso ai dati e migliorare la coerenza del sistema.

Questi esempi mettono in luce un elemento comune: la presenza di un soggetto istituzionale chiaramente identificato, responsabile della gestione e della regolazione dell’uso dei dati.

Oltre la tecnologia: qualità, competenze e fiducia

Un aspetto rilevante, sottolineato anche nel dibattito emerso al Data Summit, riguarda il fatto che la sfida non è esclusivamente tecnologica. La disponibilità di infrastrutture digitali, pur necessaria, non è sufficiente se non accompagnata da:

  • qualità e standardizzazione del dato, fondamentali per garantire analisi affidabili;
  • competenze professionali, sia tecniche sia organizzative, per gestire processi complessi;
  • processi autorizzativi chiari e trasparenti, in grado di facilitare l’accesso senza compromettere la sicurezza;
  • fiducia dei cittadini, elemento imprescindibile per l’accettabilità sociale dell’uso secondario dei dati.

Sotto questo profilo, il caso italiano evidenzia una criticità strutturale: la difficoltà di coniugare autonomia regionale e costruzione di un’infrastruttura nazionale realmente interoperabile.

La cornice europea: lo European Health Data Space

Il percorso di riforma si colloca all’interno dello European Health Data Space (EHDS), che definisce un quadro normativo comune per l’accesso e la condivisione dei dati sanitari in Europa. L’obiettivo è creare un ecosistema in cui i dati possano essere utilizzati in modo sicuro e regolato per finalità di ricerca, innovazione e policymaking.

Per l’Italia, l’allineamento all’EHDS rappresenta al tempo stesso un’opportunità e una pressione: da un lato, consente di inserirsi in una rete europea di conoscenza; dall’altro, richiede un’accelerazione nei processi di standardizzazione e governance.

Una sfida sistemica

L’analisi proposta da Toniutti, in linea con quanto emerso al Data Summit, suggerisce che la costruzione di un modello efficace di governance dei dati sanitari non può essere affrontata come un intervento settoriale. Si tratta di una trasformazione sistemica che coinvolge istituzioni, infrastrutture, competenze e cultura organizzativa.

Una lettura più critica impone però di non sottovalutare alcune complessità. La centralizzazione, spesso indicata come soluzione, comporta anche rischi: rigidità burocratiche, rallentamento dei processi decisionali e potenziali criticità nella gestione della privacy. Allo stesso tempo, la qualità del dato resta una variabile decisiva: senza dati completi, accurati e interoperabili, anche il miglior modello di governance rischia di risultare inefficace.

 

Il confronto tra Italia, Finlandia e Belgio mostra che non esiste un unico modello, ma alcune condizioni abilitanti appaiono imprescindibili: chiarezza istituzionale, qualità del dato, efficienza dei processi e fiducia.

Per l’Italia, la sfida è duplice: superare la frammentazione senza comprimere le specificità territoriali e costruire una governance capace di rendere i dati sanitari una risorsa pubblica realmente utile. Non si tratta solo di adottare nuove tecnologie, ma di ridefinire il modo in cui il sistema sanitario produce, condivide e utilizza conoscenza.

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